Ada Negri.
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Il dono.
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1936. Arnoldo Mondadori Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato dal "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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DEDICA: A DELIA NOTARI PRIMO ANNIVERSARIO. 10 DICEMBRE 1935.
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IL DONO.
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Il dono eccelso che di giorno in giorno
e d'anno in anno da te attesi, o vita,
(e per esso, lo sai, mi fu dolcezza
anche il pianto) non venne: ancor non venne.
Ad ogni alba che spunta io dico: -  oggi -
ad ogni giorno che tramonta io dico:
- Sar domani. - Scorre intanto il fiume
del mio sangue vermiglio alla sua foce:
e forse il dono che puoi darmi, il solo
che valga, o vita,  questo sangue: questo
fluir segreto nelle vene, e battere
dei polsi, e luce aver dagli occhi;
e amarti unicamente perch sei la vita.

 RIMORSO.
Vita, dono di Dio: che ho dunque fatto
di te? Che folle e vana attesa  dunque
la mia, se ti posseggo, anima e senso,
corpo e pensiero, unico bene? In nome
di qual sogno t'offersi, per qual fede
a perderti fui pronta, a chi passai
la tua fiaccola ardente? Sol per questo
data mi fosti; e adesso  tardi, o vita.
Quando, misera e sola, innanzi al Padre
sar, che gli dir, qual luce in terra
avr lasciata, a gloria sua?
Ma forse
ancra  tempo di donarti, o dono
di Dio. Fin ch'io respiri, ancra  tempo.

 ALBA.
Quasi ancra nel sonno, odo parole
gravi, materne, di campane.  l'Ave
Maria: da San Michele, da San Luca,
e, pi lungi, dal Carmine. Se schiudo,
torpida, gli occhi, vedo un che di bianco
ai vetri: lieve; e un esitar dell'ombra.
Un altro giorno, dunque? Le campane
mi dicono: Sei viva. - Ma nel sonno
ero morta, ero morta - e questo lento
rinvenire  il risorgere di Lazzaro
dal sepolcro di pietra. Ecco: ritrovo
me stessa: col mio corpo e col mio nome
e il senso della mia carne profonda
e il palpitar del mio tenace cuore
che non s'arrende. Si rannodan fili
di pensiero interrotto: a fior dell'anima
torna la pena che un clemente oblio
m'avea tolta nel sonno: tutto torna
come fu ieri, come pur sar
domani. Io, sempre. Io, sola. Io, che non posso
mutare, perch Dio cos m'ha fatta
nella sua volont. Meglio era forse
non ridestarsi: lungo l'acque cieche
dell'immemore sonno al cieco fiume
affluir della morte. Ma non pu
morir chi vuole. Ed , forse, pi dolce
ch'io non pensi il pallor di questo cielo
ai vetri, e il suo stupor, che rassomiglia
al mio, dinanzi alla segreta legge
per cui s'alterna con la notte il giorno.
Io ti prego, mio Dio, per questo giorno
che ancor m'imponi (e pur, Tu che sai tutto,
la mia stanchezza sai): fa ch'io l'accetti
come una prova: fa ch'io lo trascorra
dimentica di me, viva soltanto
alla piet per altri, unica forza
che mi difenda da me stessa; e in pace
io lo chiuda con Te, come se l'ultimo
della mia vita fosse, e la sua notte
pi non attenda il ritornar del sole.

 DOMANDA SENZA RISPOSTA.
Lo so. Fuggir non pu nessuno il tuo
dominio. Sei gi in noi, quando si nasce.
Cresci con noi, fatta dell'ossa nostre
e del cuore che pulsa e del pensiero
che spazia. Se la vita una certezza
possiede, tu quella certezza sei:
dietro ogni atto, ogni sogno, ogni speranza
s'allunga il nero della tua grande ombra.
Pronta a inghiottirci nella tua grande ombra
al termine prescritto; ma non triste:
anzi, serena: poi che tu sorella
sei della vita: la natura, eterna
progenitrice, entrambe ad un sol parto
creava - e tu non puoi senza la vita
esser, n vita pu senza di te.
Solo ti chiedo: perch mai soffrire
tanto si deve, per morire? Al corpo
nostro perch s torbida condanna
di tormenti, e s lunga, e s diversa,
prima di render l'anima? Perch
fra il basso peso della carne e il soffio
in cui respira Iddio, nel punto estremo
del separarsi, cos stretto  il nodo
che lo strappo  martirio?
Ma tu nulla
rispondi.  la tua legge. E l'improvvisa
pace che imbianca come un'alba il volto
di chi trapassa, unica a noi pu dire
quanto sia bello, quanto dolce, dopo
la scissione, il tuo riposo, o morte.

 SOLE D'OTTOBRE.
Godi. Non hai nella memoria un giorno
pi bello, un giorno senza nube, come
questo. E forse pi mai ne sorger
un altro cos bello, pe' tuoi occhi.
Se pur l'ultimo fosse di tua vita,
- l'ultimo, donna - sii contenta: rendine
grazie al destino.
 cosi pura questa
gioia, fatta di luce e d'aria: questa
serenit ch' d'ogni cosa intorno
a te, d'ogni pensiero entro di te:
quest'armonia dell'anima col punto
del tempo e con l'amor che il tempo guida.
Non pi grano n frutti ha ormai la terra
da offrire. Tutto fu gi offerto, donna;
anche da te. Sta limpido l'autunno
sul riposo dell'anno e sul riposo
della tua vita. Il fisso azzurro, immemore
di tuoni e lampi, stende il suo gran velo
di pace sulle rosseggianti chiome
delle foreste; e il sole il cuor t'accende
come fa con le foglie che non sanno
d'esser presso a morire. E tu - che sai -
tu non temi la morte. Ora che il grembo
non d pi figli, e quelli che ti nacquero
a' tuoi begli anni gi son fatti esperti
del mondo e van per loro audaci vie,
che t'importa morir? Quand' falciata
la spiga, spoglia la pannocchia, rosso
il vin nei tini, e le dorate noci
chiaman l'abbacchio, e fuor del riccio scoppia
la castagna, che importa la minaccia
dell'inverno alla terra?
O veramente
tuo questo tempo, donna: o tua compiuta
ricchezza! O, fra due vite, la caduca
e l'eterna, per te libera sosta
di grazia! Godi, fin che t' concessa.
Non sei pi corpo: non sei pi travaglio
solo sei luce: trasparente luce
d'ottobre, al cui tepor nulla matura
perch gi tutto matur: chiarezza
che della terra fa cosa di cielo.

 FINE.
La rosa bianca, sola in una coppa
di vetro, nel silenzio si disfoglia
e non sa di morire e ch'io la guardo
morire. Un dopo l'altro si distaccano
i petali; ma intatti: immacolati:
un presso l'altro con un tocco lieve
posano, e stanno: attenti, se un prodigio
li risollevi e li ridoni, ancra
vivi, candidi ancra, al gambo spoglio.
Tal mi sento cader sul cuore i giorni
del mio tempo fugace: intatti; e il cuore
vorrebbe, ma non pu, comporli in una
rosa novella, su pi alto stelo.

 LA CAMPANELLA.
Campanella d'argento, del convento
qui presso: voce di lontana infanzia
 in quel fresco tinnire, che mi giunge
or s or no nell'ore pi raccolte
della giornata; e meglio all'alba, quando
mute sono le strade e muto il cielo.
Torno bambina: ho treccia al dorso, asciutte
gambe di caprola, occhi ridenti
pieni d'aprile: vo con la mia mamma
a messa, per vuzze ancor nel sogno
del primo albore, colme d'un silenzio
abbandonato, che sol rompe un'eco
di campanella: - oh, mai non fosse, mamma,
venuto il giorno a dissipar quell'alba.

 IL GIGLIO.
Ancor vivente  il giglio ch'io fanciulla
portai, felice, in processione, un giorno
di sagra. Dritto e casto era, ne' suoi
tre calici di limpido cristallo
sul gambo forte, che alla man pesava.
Piccola mano e grandi occhi di bimba
stupefatta d'esistere; e dinanzi
ondeggiar di stendardi, e dietro i canti
delle povere donne in bruna schiera,
e ai lati della strada oro di messi.
Ancor vivente  il giglio che s bianco
reggevo, specchio d'innocenza. Dove
si nasconde, lo so. Quando chiamarmi
vorr il Signore, io che strappai le rose
di tante siepi, che mi punsi a tanti
pruni e raccolsi tante spighe ai campi,
offrirgli non potr se non quel giglio.

 OCCHI.
Colei che per limosina mi tese
la mano, ieri (un bimbo alla sua gonna
stringea con l'altra), non mi disse nulla.
Sol mi tese la mano, con guardinga
rapidit, ch alcun non la vedesse.
Nel volto non avea che gli occhi: immensi
occhi di febbre, disperati: il resto
era gi terra. Ed io non so per quale
tristizia il passo accelerai, n feci
l'atto di carit, n mi rivolsi.
Nera ondeggi la folla: io fui nessuno
per la misera donna, ella nessuno
fu per me; ma giammai dalla memoria
mi sar dato cancellar quegli occhi.
Quando mi trover dinanzi all'ombra
di morte (pu, mia vita, esser domani)
fissi in quell'ombra rivedr quegli occhi.

 STANOTTE.
Tu che accogli le voci delle stelle
e del fango, mio Dio, stanotte ascolta
il rauco pianger delle rane in fondo
alle ortaglie, laggi negli acquitrini.
Sgorga dal cuore della terra: terra
di mezzo maggio, terra innamorata.
Ed io non son che un po' di questa terra
senza bellezza, e so di non far male
se ti prego col pianto delle rane
nascoste fra la melma in riva ai botri:
umile s, ma vasto s, che l'ombra
se n'intride, e ne gonfiano le zolle
verso la purit de' tuoi silenzi,
come fa il mar quando la luna  piena.

 LE SPINE.
Le spine che m'han punto carni e cuore
(tante; ed alcuna  sempre infissa, e ad altre
pungere mi dovr, ch ancor bisogna
camminar, camminar per aspre vie)
miracolosamente fioriranno
per la mia gioia, quando sar morta.
Vedo quei fiori, qualchevolta, in sogno.
Calici ardenti come fiamme, puri
come la luce, sbocceranno in alte
solitudini azzurre - ed io, placata,
pi non sapr, pi non ricorder
ch'essi furono, in terra, le mie spine.

 I DUE ROSRI.
Avevo due rosri
d'argento, con la piccola medaglia
della Beata Vergine di Lourdes.
Uno a te lo donai, perch ti fosse
compagno nelle notti in cui pi il male
t'era martirio; e, con lo scorrer dolce
dei chicchi fra le dita, nel pensiero
di Dio placasse in te spirito e carne,
fratello.
All'un de' polsi tu volesti
quel rosario, scendendo al tuo riposo
primo ed estremo: ch altra sosta il mondo,
fuor della tomba, aver non ti concesse.
Ed io sull'altro a me rimasto sgrano
a sera le solinghe Avemarie
te ripensando e le procelle e il santo
vero amor di tua vita, amor di patria
scritto col sangue; e il tuo lungo patire
e il tuo morire, - su di te chiamando
la luce eterna.
Quando anch'io sar
dentro la terra, con le mani giunte
sul petto, all'un de' polsi avr un rosario:
questo. - E gran pace, finalmente, in cuore,
fratello.

 TRAMONTO ACCESO.
S'io potessi sapere
ci che avviene lass, fra quelle nubi
rosse, a ponente, or ch' calato il sole:
nubi di fiamma
che fan di quella parte
del cielo un vasto ardore
dove m'immergo com'io pure fossi
una favilla del sublime rogo!
Forse in quest'ora un'anima
a pena sciolta dal suo vel di carne
lass si trasfigura;
e le vampe ch'io scorgo angeli sono
dall'ali fiammeggianti,
che la scortano, a schiere, in paradiso.
Qual nome il suo, fin ch'essa ebbe nel mondo
un corpo e un viso?
Vano il saperlo. O tu, sorella, che
pi nulla soffri, o assunta in luce, o eterna
in Dio, prega per tutti,
prega per me.

 GIARDINI  PIETRE E FIORI.
Pochi metri di terra
fra l'abside del tempio di San Luca
e la casetta scura
del sagrestano. Mani poverelle
han qui raccolto
dovizia umile e lieta
d'arbusti e fiori, in casse, in orci, in vasi
di coccio. L'oleandro
rosa s'abbraccia al bianco ed al vermiglio,
e l'amaranto delle cinerarie
all'avvampare dei gerni: il misto
vibrar de' bei colori ombre pi fosche
dona alle pietre, e nel contrasto ride.
Dolce dev'esser qui l'ultimo raggio
del sole a sghembo sul mattone antico
ove, nei fri, dormono i colombi
gonfi d'amore: dolce
nella sera di maggio
piena di caldi soffi e di fragranze
starsi sull'uscio, al buio, ad ascoltare
il chioccolare delle fontanelle
vicine - ed il silenzio
delle lontane stelle.

 SOLE D'INVERNO.
Capo d'anno: s mite, e quanto sole!
Io gi respiro il marzo, in questa luce
d'oro, che so breve e bugiarda. E rido
alla menzogna, ma ne godo; e ad essa
mi scaldo, come fan pruno e castagno
cui rispunta a capriccio qualche gemma,
nella certezza che morr domani
prima d'aprirsi. Gemme senza fiore
sui rami e nel mio cuore,
gioia d'un giorno, conscia d'esser viva
sol per un giorno!
Non importa.  gioia.

 LAGRIME.
Pioggia non : n mie son queste lagrime
che mi gocciano, a tratti, sulle mani.
Son della vite, che s'aggrappa ai ferri
della terrazza a cui m'affaccio: ancra
senza pampini, e sol con qualche asprigno
viticcio attorto a fior di scorza. Soffre
dolcemente:  ferita; ma col pianto
la giovinezza di sue linfe stilla.
Dolor d'amore, in questo
mattino incerto tra febbraio e aprile,
tutto malinconie, tutto promesse:
ed io bacio le lagrime
che spremi, o vite giovine - e vorrei
piangere sempre come piangi tu.

 LE SPIRE.
Quando vedemmo, insieme, il grande arbusto
di spire bianche, tutto in fiore, molta
fu l'allegrezza: come dell'arrivo
d'un fratello, improvviso, da lontane
terre. Era un giorno sul finir d'aprile.
Quali de' fiori erano aperti, e quali
stretti nel boccio, d'un pallor che in grigio
sfumava; e fitti s, che il fresco verde
delle fronde spariva: una rotonda
nube parea, calata gi dal cielo
per gioco, e pronta a risalirvi. Bombi
ronzavano tra il folto delle rame
fragranti: la dolcezza del glucosio
entrava in noi con quel ronzio d'ingorda
felicit.
Perch non dura, amici,
tutta l'annata il fior della spira,
fiore di giovent, fior di speranza?
Troppo sarebbe. Non potr nessuno
su' suoi passi fermar la primavera.
 LE FOGLIE DEL ROSAIO
Amo le foglie del rosaio, quando
spuntan, verdi non gi, nell'aspro marzo,
ma d'un rosso di porpora, venato
di sangue se vi splende a tergo il sole.
Tali son forse i rami dei coralli
nell'intrico d'immobili foreste
sottomarine; ma il rosaio in terra
li vince con la sua bellezza viva
che in un'altra bellezza si trasforma
di d in d. Le foglie a mezzo maggio
larghe e verdi saranno, ed innervate
di forza; e il ramo, in vetta, avr il suo fiore.

 LA PRIMA ROSA.
Ieri, quando sbocci la prima rosa
sulla rama pi alta del rosaio
che scavalca il muretto di ponente,
risero le spire, riser gli arbusti
del biancospino e le stellate siepi.
Anche il pruno sanguigno, che da poco
vest sue foglie, rise; e l'aria fu
tutta uno squillo. - Era color d'aurora,
e splendeva lass, libera e sola,
penetrata di luce, ebbra del gaudio
d'essere aperta. Sola, e prima: grande
e terribile grazia, esser la prima.
Cos in alto, che niun pensato avrebbe
di coglierla: s presto offerta in dono
alla vita vivente, che oggi morta
gi la mirano i bocci ancor racchiusi
nel lor casto segreto.
Esser la prima:
n dar il maggio rosa che sia bella
come la tua bellezza, o annunziatrice.

 LE DUE SIEPI.
Sugli steli diritti come sbarre
d'acciaio, mi salutano i giaggioli
in doppia siepe, mentre salgo all'alto
chiosco che mira, dal giardino, i campi
via digradanti verso i boschi e il fiume.
Giaggioli d'una carne voletta
quale pi scura, qual pi smorta: tutti
pensosit di sguardo, e rilucenti
d'una grazia guerriera; e li diresti
sbocciati sulla punta delle spade.
Fra le due schiere io salgo, nella tersa
luce del mezzod: son principessa
di corona: men vo per chiare vie
fra cavalieri di gran scorta, armati
dell'amor che li illumina; ed ognuno
pronto  a morir per me.
Libera andare
fra i giaggioli del maggio al chiosco verde
che guarda i campi e le foreste; ed essere
principessa regnante in questo regno.

 PIOGGIA DI PETALI.
Sola, nel chiosco, sulla panca bassa.
Il chiosco  tutto aggrovigliate chiome
di rampicanti. Ronzio d'api intorno
fa pesante il silenzio. Un'oppressura
mi tiene: calda; ed io vorrei che sempre
mi tenesse cos, senza pensiero,
senza memoria.
Petali d'un denso
profumo, e del color dell'amaranto,
dagli stanchi racmi in lenta pioggia
cadono al suolo, e su di me. Qualcosa
voglion dirmi: non so. Dentro le palme
e sovra il lembo della veste accolgo
il puro dono che mi vien da Dio:
petali accanto a petali in leggero
strato posarsi sul terren contemplo
e due vorrei che mi chiudesser gli occhi.
Sciogliermi non potr da quest'incanto,
scuotere non potr dal grembo i fiori,
inerte sotto l'odorosa pioggia
sino al calar dell'ombra io rimarr.
Gi scorrer sento entro di me le linfe
della terra che premo - e non distinguo
fra il mio cuore che batte e un fior che cade.

 AMOR DI TERRA.
Buttarmi, stesa, sulla scura terra
d'un solco che dal vomere scoperto
sia questa mane, al sol d'ottobre: fresca
sentirla contro le mie membra, fresca
schiacciarla sulla gola e sul costato
fin ch'essa arrivi a rinfrescarmi il cuore.
Io non so come, il suo contatto placa
del sangue il torbido ardere. La sua
compattezza gioiosa, io non so come,
risana anima e carne. Il suo linguaggio
sale dal fondo ove la via smarrire
non pu nessuno: la saggezza antica
ha dei morti nel tempo, e la presaga
calma dei vivi, e il rinnovarsi eterno
delle stagioni; ma non  concesso
udirlo a chi non le si dona intero.
Distendermi in un solco; e l obliarmi
come un aratro abbandonato. L'arco
dell'orizzonte apparir pi vasto
a me supina, pi fraterno il cielo.
Oh, tutto e sempre ne' miei occhi il cielo,
tutta la terra mista alle mie membra.
Segnato  il giorno in cui la fiamma, accesa
in me da Dio, diverr cielo; e il corpo
che quella luce in s contenne, terra.

 DIAMANTI.
Dopo la pioggia
tremano sulle foglie dei gerni
le gocciole, al ritorno del sereno.
Treman sospese; e le trasforma il sole
da lagrima in diamante.
O limpidi, o caduchi
gioielli, o mia ricchezza dell'istante
che passa, niuna cosa or m' pi pura
di voi; n cos lieve
al cuor che sa quanto la vita  breve.

 OMBRE D'ALI.
Cielo di giugno, azzurra giovinezza
dell'anno; ed allegrezza
di rondoni sfreccianti in folli giri
nell'aria. Ombre ombre d'ali
vedo guizzar sul bianco arroventato
del muro in fronte: ombre a saetta, nere:
vive, al mio sguardo, pi dell'ali vere.
Traggon dal nulla, scrivono col nulla
parole d'un linguaggio
perduto; e le cancellano
ratte, fuggendo via fra raggio e raggio.
Vita che mi rimani,
fin ch'io veder potr quelle parole
strane apparire scomparir sul muro
candente al sole,
(forse un tempo io le dissi a chi m'amava,
egli le disse a me, bocca su bocca)
vita che mi rimani, ancor dolcezza
puoi darmi. Basta
l'ombra d'un bacio alla memoria, basta
l'ombra d'un'ala alla felicit.

 CREPUSCOLO.
La luna, appena sorta,
splende tranquilla dietro il deodra.
Venuta  per narrargli
novelle del paese delle stelle;
ma c' un bimbo in giardino
che guarda e ascolta - e non esiste al mondo
ora, per lui, che quella grande luna
color di rosa dietro il deodra.

 I GIARDINI NASCOSTI.
Amo la libert de' tuoi romiti
vicoli e delle tue piazze deserte,
rossa Pavia, citt della mia pace.
Le fontanelle cantano ai crocicchi
con chioccolo sommesso: alte le torri
sbarran gli sfondi, e, se pesante ho il cuore,
me l'avventano su verso le nubi.
Guizzan, svelti, i tuoi vicoli, e s'intrecciano
a labirinto; ed ai muretti pendono
glicini e madreselve; e vi s'affacciano
alberi di gran fronda, dai giardini
nascosti. Viene da quel verde un fresco
pispigliare d'uccelli, una fragranza
di fiori e frutti, un senso di rifugio
involato, ove la vita ignara
sia di pianto e di morte. Assai pi belli
i bei giardini, se nascosti: tutto
mi par pi bello, se lo vedo in sogno.
E a me basta passar lungo i muretti
caldi di sole; e perdermi ne' tuoi
vicoli che serpeggian come bisce
fra verzure d'occulti orti da fiaba,
rossa Pavia, citt della mia pace.

 STRADA REMOTA.
Pavia vermiglia, ecco la strada, persa
a' tuoi confini in un silenzio duro,
che pi fida risponde al mio tormento
di fuga, al mio desio di lontananza.
Sullo sterrato il piede ammorza il suono
del passo. Al sole dei meriggi il nastro
polveroso si snoda in un barbaglio
che acceca. Un tempio che non ha pi altare
chiude la sua malinconia negli archi
del chiostro: il cielo calca il greve azzurro
sul rosseggiar del cotto e le memorie
delle pietre nei secoli. Per queste
solitudini un giorno, in cuor gemendo
sulle sventure della patria, e il verso
scandendo al ritmo di quel pianto, errava
il Foscolo. Qui ancor fremere sento
il divino furore; - e della strofa
tutta baleni e melodia, pur sempre
vibra nell'aria il palpitar dell'ala.

 I GLOBI D'ORO.
Son globi d'oro i kki del novembre,
(chi ci rub l'estate senza notti?)
ma d'un oro sanguigno. Dalle rame
spoglie pendono ignudi, e al morso invitano,
colmi del succo zuccheroso: il sole
di San Martino li attraversa d'una
liquida luce, in trasparenza. Vieni
con me nell'orto, tutto strati e cumuli
di foglie gialle: sulle foglie gialle
meriggiar voglio, e m'attraversi il sole
come quei frutti. Tu li coglierai,
Giuliana dalle gambe di cerbiatta,
per gettarmeli in grembo, tondi, molli,
troppo dolci al palato, ultima gioia
d'autunno: in essi il mio dorato autunno
festegger presso il tuo verde aprile.

 PIOGGIA D'AUTUNNO.
Stanotte udi, fra veglia e sonno, un canto
lieve, sommesso, e pur vasto siccome
il vasto mondo; e mi parea nel sogno
di navigare in barca senza remi
su grigio mare, dentro un vel di pioggia.
Era la pioggia, s; ma sovra un mare
di fronde, mormoranti di felice
ristoro, nelle tenebre: la prima
pioggia d'autunno, dopo un'arsa estate
tutta febbre di sole; ed or s'ostina
nell'alba smorta, ed ogni albero piange
che la riceve. Ma quel pianto  riso,
profondo, inestinguibile: di donna
che troppo attese, ed or non sa se gioia
o dolore  l'amplesso che l'avvolge.
Vorrei, pioggia d'autunno, essere foglia
che s'imbeve di te sin nelle fibre
che l'uniscono al ramo, e il ramo al tronco,
e il tronco al suolo; e tu dentro le vene
passi, e ti spandi, e s gran sete plachi.
So che annunci l'inverno: che fra breve
quella foglia cadr, fatta colore
della ruggine, e al fango andr commista;
ma le radici nutrir del tronco
per rispuntar dai rami a primavera.
Vorrei, pioggia d'autunno, essere foglia,
abbandonarmi al tuo scrosciare, certa
che non morr, che non morr, che solo
muter volto sin che avr la terra
le sue stagioni, e un albero avr fronde.

 IL PLATANO UCCISO.
Tant'oro io non avea giammai veduto
splendere sotto cos tersi cieli:
oro di pioppi, chiaro: oro di faggi,
pi rosso; e accesa ruggine di querce.
Ogni albero a se stesso era corona;
e il piover lento delle foglie morte
tesseva e ritesseva oro sull'erbe.
Sol, fra quella biondezza, verdeggiante
qualche platano ancra; e della vite
vergine i tralci, pnduli alle siepi,
come da vene zampillavan sangue.
Giorno senz'ombra e senza peso, forse
senza termine: giorno di perdono
e d'incantata purit, concesso
da Dio Signore agli uomini, alla terra.
Ma un sordo schianto mi strapp dal sogno,
percotendomi il petto; e, poi che gli occhi
volsi repente, al margine del prato
vidi un platano eccelso piombar gi.
Piomb disteso, rigido, tra sciami
di foglie secche. Col suo tonfo greve
emp di s lo spazio, che negli echi
pi fondi ne vibr: poi fu silenzio.
Cos bello! Perch? C'era qualcuno
laggi. C'era il suo boia, indifferente,
dietro la base mozza. Ma non serve
chieder perch. N il tristo crollo offese
l'innocenza del giorno. Oro di sole,
oro di fronde, immensit d'azzurro
sopra l'albero morto, e sopra i vivi.
Allora mi torn nella memoria
l'uomo. Quello. Da tanti anni caduto
cos, nel suo vigor: cos, di schianto,
come il platano. Quello: col suo duro
volto e il gran corpo; ma cogli occhi chiusi;
e riveniva a me da lontananze
smisurate dell'anima, dai mondi
oscuri ove il ricordo par che dorma.
Con gli occhi chiusi mi fiss: mi disse
con chiuse labbra: - Tanto tempo dunque
camminato hai nel mondo, senza me? -
Ed io senti che nulla pi la vita
darmi poteva: nulla io pi poteva
se non cadere, in quel ricordo, accanto
al grande ucciso, tra le foglie secche.

GIORNI DI CASTELCAMPO.
A Thea.
 NUVOLE.
Passano grandi nuvole pei cieli
e passano lor grandi ombre sui monti.
Bianche nei cieli l'errabonde nuvole,
nere sui monti l'ombre.
Erra il mio spirito
con esse, or chiaro, or fosco,
ora sperduto in lontananze cerule,
or camminante per roccia e per bosco.
E fermarsi non pu: ch verso l'alto
lo chiama il sogno a vie di luce e d'aria
inesplorate - e lo ripiomba in terra
dell'uomo la condanna millenaria.
 CHIESA DI VIGO LOMASO
Chiesa di Vigo, limpida sul colle
e solitaria: io vengo a te fra campi
di giovine frumento e bei filari
di gelsi; e il tuo sagrato al mio riposo
dona casta e raccolta ombra di tigli.
Piccol sagrato con enormi tigli
il tuo, chiesa di Vigo; - ed essi forse
hanno cento e cent'anni; e tu nel tempo
del loro fiore invochi Iddio con onde
d'olezzo unite all'onda delle preci.
Qui sosto: di quass tutto  sorriso
per gli occhi: guardo rastrellare i fieni
sui prati, i buoi condurre i carri, e in gruppi
canori andar le donne alla fontana
coi secchi. E qui vorrei metter radici
accanto ai tigli del sagrato, folti
di rami e di memorie; e mi svegliasse
ogni alba, con le frecce delle rondini,
la campanella della messa prima.

 LE PANNOCCHIE.
Or che il granturco fu raccolto, a gara
le massaie hanno appeso in molte file
alle rozze verande le pannocchie.
Splendono le pannocchie sui graticci
di legno, gialle, d'un bel giallo ardente
ch' quasi rosso, fitte di rotondi
chicchi, liete allo sguardo e liete al cuore.
Voi superbe, o massaie, per la casa
parata a festa come al Corpus Domini,
quando fra canti e mortaretti passa
col suo Ges la Vergine Maria!
Splendono le pannocchie al sol d'autunno,
tutte certezza; ed ai fanciulli parlano
della polenta che la madre al fuoco
nel paiolo rimesta, e d'un sol colpo
sul tagliere arrovescia, e, nel buon fumo
ravvolta, suddivide in tante fette
quante le bocche.
Giunto poi che sia
gennaio con la sizza come frusta
che scocchi su la pelle e con la neve
alta sino ai polpacci, oh, benedetta
la polenta che scalda mani, gola
e sangue, mentre sugli alari avvampano
secchi rami di pino intorno al ceppo,
e dalle travi del soffitto in strane
ombre discende, adagio adagio, il sonno.

 TRASFIGURAZIONE.
Spalanco la finestra nel mattino:
non vedo i monti innanzi a me. Sol vedo
fra essi e me risplendere una fascia
meravigliosa di vapori, sorta
dalla rorida notte a fior dell'alba,
per intridersi d'oro incontro al sole.
Pur ti ravviso dal tuo riso d'oro,
nube che ardi. Sei l'anima mia
ancor sommersa per divino incanto
nel fulgore del sogno che stanotte
ti rapiva nel sole: ed ecco, il sole
d'ogni scoria ti monda e ti fa pura
entro la vampa donde a me ritorni
trasfigurata.

LUNA SUL LAGO DI CASTEL TOBLINO.
Sorge la luna tonda
dal monte: un'altra luna entro l'immote
acque del lago appare. Io mi domando
qual sia la vera: cielo ed acque formano
un'aperta conchiglia rosazzurra
che due perle gemelle
offre ai miei occhi innamorati. Vento
non spira, ala non palpita, n vela
cammina, n dei salici piangenti
curvi alla riva un brivido han le foglie.
Solo parla, sommesso, un usignolo
nel cipresseto: con s pura voce
ch'io mi penso esser morta, e questo il luogo
dove l'anima  giunta al suo perdono.

 VETTA NEL SOLE.
Gemmea la vetta estrema
nel sole estremo. Gi pei fianchi l'ombra
gi avvolge il monte: non ancor s fonda
che non s'incidan nel nitor del vento
le strade impervie, i tortuosi solchi
dei precipizi, il biancheggiar de' sassi
nei greti asciutti, e delle malghe gli alti
prati, sola dolcezza nell'orrore.
Potessi, o mio Signore,
esser quella montagna in quest'azzurro
tramonto innanzi a Te: nell'ombra i segni
del faticoso ascendere, del duro
combatter contro le nemiche forze,
e delle poche aride soste e delle
solitudini immense ove soccombe
l'anima che non sappia di se stessa
armarsi, come il tuo comando vuole;
ma sulla vetta il sole.

LA STATUA SUL MONTE VALANDRO.
Stesa sull'arca che la pia montagna
le offerse, la scolpiva il Dio dei venti
e delle altezze. Quando?
Forse da sempre. Il volto
riverso sta contro l'intento cielo,
con la gran chioma effusa
indietro: a sommo il petto
le mani giunte, ella non dorme: prega.
Sovrana la cre di questi eccelsi
monti natura: assunta ad una morte
che non  morte, ma vegliar perenne
su picchi e abissi, su torrenti e selve,
su villaggi remoti intorno a punte
di campanili e su capanne sperse
fra gola e gola, prega.
Pel suo popolo prega: antica gente
di stirpe invitta, che ha per carne il sasso
delle crode, nel sangue la purezza
dell'acque scese dai ghiacciai, negli occhi
fedeli e tristi
amor di patria, e l'ombra
fiera del sacrifizio di Battisti.
Non si nasconda mai
il tuo volto, o regina, alla tua terra:
benedicila, o santa, in pace e in guerra:
se bruma errante, o nera
caligine di pioggia ti ravvolga,
sia breve il nembo; e inciso
sulla libera vetta a splender torni
l'immacolato viso.

 IL CAMPANACCIO.
Solinga valle ove pi verde  il verde
dei prati e denso il nereggiar dei pini
sotto pallide nubi senza vento:
stagliansi i monti in cerchio
nell'aria d'un nitor grigio di perla,
e ogni ruga di roccia agli occhi  viva.
Frusco d'acqua sorgiva
da presso viene: vien da lunge un suono
di campanaccio. Ma ruscel non vedo,
n mandra scorgo. Prati e prati, ondanti
verso l'oscuro limite dei boschi,
e di l le montagne, e in alto il cielo;
e il silenzio mi parla, da vicino
e da lontano,
con due voci nascoste, ch'io pur sempre
ebbi dentro di me, che mai non volli
udir, che solo oggi comprendo: - solo
oggi, ch' tardi, e tutto
 vano..
MATER.

 ROSA GERMANI.
Rosa Germani, il tuo maggior figliuolo
alto  gi come il padre, e a lui daccanto
lavora il campo, nel paese antico;
e l'ultimo dei molti che nel grembo
portasti, il nato d'oggi, nuova carne,
nuovo respiro, al sen ti sugge il latte
che nelle vene gli fiorisca in sangue.
Non ti stanc, Rosa Germani, offrire
dieci volte pi sette anima e vita
per altre vite, n t'increbbe il rischio,
n temesti esser povera con grave
peso di figli: ch ogni figlio nasce
con la scorta dell'Angelo Custode.
Semplice sei, ma nella luce sei
del Vangelo; ed uguale alla tua terra
disadorna e ferace, alla tua terra
lombarda, che pi dona e pi darebbe.
Tu pur, com'essa, da profondi solchi
segnata; e da quei solchi fatta bella
d'una belt sofferta, che ti rende
sacra allo sguardo. E sfaccendar per casa,
e lavare alla roggia, e aver dell'orto
cura serena e del pollaio, e il cibo
apprestare al marito ed ai fanciulli
sono per te rosa sul ramo, grappolo
al tralcio, oro alla spiga. Altro non chiedi
a Dio. Ma forse, o madre, altro tu chiedi:
ancra figli. Non del tutto  sazia
natura in te di rallegrarsi in fresche
vite a tua somiglianza; e ad ogni bocca
appena schiusa, che ti cerchi il seno,
per prodigio d'amor torni ventenne.

 EPITAFFIO.
Fui Carla. Mi spensi a trent'anni. Ero bionda e serena,
cogli occhi chiari. Donna che passi, frmati un poco.
Fiorisce ancra la terra ch'io cos presto lasciai?
Le spighe del frumento ondeggiano ancra nel sole?
Tutto il sole era mio, quand'ero viva: di sole
i miei capelli, il mio riso, il canto del giovine cuore,
i due forti maschietti a me nati dal giovine amore.
Ma io sognavo una bimba. Chiedevo una bimba: che fosse
qual ero stata, un giorno, io, fra le braccia a mia madre.
- Dammi, Signore, imploravo, una bambina! - In un'alba
d'inverno, venne. Con ciglia chiuse. Non vag, non pianse.
Mi port via : n so come accadde, e in che modo rimasi
vuota del sangue, e or che fanno, senza di me, i figlietti.
Qui giaccio, con la bimba di cui non vidi gli occhi
n udi la voce: io la volli, e son di lei: m'accarezza
con mani di pietra: la stringo, sul cuore di pietra, per sempre.

 IN CAMMINO.
Sorella: vai, diritta nella veste
nera, gelido il volto sotto l'ala
nera del feltro, e come in un deserto
mi sembri sola; eppur ti vibra intorno
la citt enorme, la citt pulsante
di cuori. - Vai con la tua vita, ed altri
va con la sua, lungo la strada urbana
grave di nebbia e di rauchi echi e d'ombre
che son persone. Fosti bella, al tempo
che non torna; e la spenta giovinezza
qualche segno di s pur ti lasciava
fuggendo.
Vai con la tua vita; e ignori
ch'io la conosco; e nemmen l'odi, il mio
passo dietro il tuo passo.
Inconscia, un giorno
nascesti, come ognun nasce, dal sangue.
Fosti bimba, e fanciulla. E fu dal sangue
che t'avvedesti d'esser donna: il pianto
dell'innocente puerizia nulla
pot sulla segreta maturanza
che soggetta ti avrebbe all'uomo, e resa
capace a doglia di maternit.
Ma bellezza novella avesti in dono
da quell'annunzio. Intima fiamma gli occhi
t'accese: la tua voce ebbe cadenze
di pi dolce armonia nella parola,
nel canto. E venne, con le rose e il grano,
il tuo tempo di donna. Amata, amante,
non sapesti che amare. In gioia, amare;
in strazio, amare. Molti anni quel tempo
dur. Sognavi fosse eterno; ed ora,
se ti rivolgi, se il rivedi, un lampo.
Madre, sperasti per i tuoi capelli
bianchi luce e sostegno aver dai figli,
amore in te di tutta te pi forte;
ma amor di madre  sacrifizio. Vanno
ora i tuoi figli ove li chiama il rischio
dell'esistenza, ad altre creature
offrendo i doni che tu a lor donasti;
e tu sei sola, e nulla aspetti pi.
Nulla? Dunque si pu vivere in terra
senza il bene che fu, senza speranza
del bene che sar? Nella battaglia
d'ogni giorno, d'ogni ora, il tuo nemico
- te stessa - pur cercasti entro te stessa
uccidere. Ma, ohim, s duro  il corpo
a snaturarsi dalla troppo fonda
ricordanza dei sensi; e s ribelle
l'ultimo sogno a scomparir dal cuore.
Eppur, lo sai, viver bisogna, s'anche
vita non sia pi vita; ed al comando
obbedisci; e in silenzio armi di fede
l'anima, per andar sino a quel punto
che Dio non dice, ma che a tutti  fisso.
Donna: che avresti tu, se la certezza
t'abbandonasse di Colui ch' il solo
a non tradire, di Colui ch' nostro
dopo la morte?
Or segui il tuo cammino
lungo la via di tutti, e non t'accorgi
di nessuno e nessun ti riconosce
all'infuori di me: mentre s'addensa
la nebbia incontro all'imminente notte
e fa di noi due vane ombre nell'ombra.

 LITANIE.
a Rosina Storchio.
Canti le Litanie nella povera chiesa di Salice,
confusa alle donne del popolo, ai vecchi, ai fanciulli.
Ma piano essi accompagnano il tuo cantare; e la voce
tua sorge su l'altre a zampillo, fontana di fede.
Voce da Dio venuta, voce che a Dio ritorna,
pi non s'alza che a laude di Cristo e dei santi in cielo.
Un velo sui lisci capelli fra cenere ed oro
raccolti intorno al viso di pellegrina stanca,
nel bruno mantello ti stringi, ti curvi, per meglio
celarti; e non sogni, non chiedi che oblio. Ma il tuo canto
sublime pur oggi ti fa, dinanzi alla Croce.
Manon, Violetta, Grete implorano grazia, pensose
d'amor celeste: Amina solleva il purissimo pianto
di vergine a Quella ch' Vergine Madre, e in s porta
il pianto di tutte le madri. Or che altro tu vuoi
se non morire a te stessa, se non cancellarti e pregare,
gettando anni, memorie, corone d'effimere glorie
ai piedi dell'unico altare?
* * *
Vieni. Usciamo sul verde sagrato. Degli olmi gi lunghe
son l'ombre. Esalano i campi sentor di fieni, gli orti
di rose. L'umile gente che tu consolasti, or s'avvia
dietro a te, come a dolce sorella. Alto ancra  nell'aria,
nell'anime, il tuo "Cos sia".

 PAROLE A MIA FIGLIA.
Figlia, che ridi ai figli tuoi: se penso
al tempo in cui, per nascere, me tutta
rompesti, e tale fu il dolor che forse
meglio la morte, e tale fu la gioia
che nulla essere pu gioia pi grande,
lontanissimo ormai sembra quel tempo,
e pi di sogno che di verit.
Se penso che tu sei vita vivente
di mia vita vivente, e che m'illusi
dentro l'anima tua fissar l'impronta
di me stessa, conosco il vano errore:
so ch'io son io, che tu sei tu: diverse:
e innanzi a questa umana legge, antica
come la terra che ci nutre, piego.
Pure, cessato io non ho mai d'averti
fra le mie braccia, ad onta del fuggire
degli anni; di cullarti sui ginocchi,
d'accompagnarti per la mano; e tu
cos farai co' tuoi fanciulli, e un giorno
soffrirai com'io soffro, in te frenando
la sofferenza: in te dicendo:  giusto.
Nel caro aspetto, dal fiorito aprile
poco mutasti.  la mala canora
di quella voce, sempre.  quel lucente
sorriso, sempre.  quella grazia strana
che solo nell'ardor si fa bellezza
come il ramo che brucia si trasforma
in mutevole fiamma. Sono gli occhi
d'allora, in cui mi perdo: occhi di schiava
regina, occhi d'amore. E sei tu forse
viva per altro? O ricco sangue, uscito
dal mio, non sei che amore, desiderio
d'amor, pena d'amore. Or le supreme
verit della vita io dire posso
a te, tu a me: sebben del tuo segreto
cuore non tutto tu mi scopra, forse
perch non pianga; e innanzi a quel geloso
silenzio io sto come alla porta un povero
che mendicar vorrebbe e non s'attenta.
Rotto  il cordone di pulsante carne
fra genitrice e generata: forte
la tenerezza, ma pi forte il laccio
che ciascun lega al suo destino: amara
condanna di materna solitudine
che te pur colpir.
Ma non importa
il patimento, o creatura nata
per la fatica di creare. Importa
essere madre: far del sangue nostro
altro sangue, altra forza, altro pensiero
che noi tramandi e s tramandi: eterne
nell'unit degli esseri e del tempo,
se pur si scenda nella tomba sole.

 CONFESSIONE.
Pur non vorrei per te, figlia, il cammino
ch' per tutti, degli anni. Troppo cara
mi sei, cos, quale tu sei. Non posso
pensar che il tempo anche per te s'involi
rapido - e offenda, e sia pur lieve il segno,
le sembianze che amor plasma e rischiara.
Hai qualcosa nel volto, oggi, che ieri
non c'era: un'ombra in fondo agli occhi, intorno
alle labbra: non so. Qualcosa: forse
una prima stanchezza nel segreto
dell'essere, un rimpianto, una paura
sbito vinta, e tu nemmen ti chiedi
di che: la vita, ch'ogni giorno avanza
d'un passo. Dalla legge senza scampo
non m' dato difenderti. M' dato
solo d'amarti. Ed io vedr pur sempre
in te la bimba che non pot mai
addormentarsi se non colla mano
nella mia mano: sempre l'inqueta
adolescente che gi avea negli occhi
luci e languori di presagi: sempre
la giovinetta che danzava sola
sul prato, a s cantando una canzone
d'amore; e quella voce io la sentivo
calda come il mio sangue, io l'accoglievo
nelle viscere mie come il tuo corpo
prima del giorno in cui nascesti - e troppo
forse a quel canto ero beata, o figlia.

 LA STIRPE.
In questo giorno e in questo mese, nella
stagion mia piena, figlia, a me venisti
com'io, molt'anni innanzi, alla mia madre.
E se m'affondo nelle lontananze
del tempo, ascolto le scomparse donne
del ceppo nostro gemere al travaglio
dei parti, sempre con lo stesso grido
di carne: odo vagir le creature
create, sempre con lo stesso pianto.
E d'anello in anello si rannoda
fra l'ombre del passato la catena
dell'esistenze; e tu gi cerchi il segno
del futuro nel riso adolescente
di Donata occhi d'ambra e nella ferma
fronte di Guido occhi di smalto nero.
Vive eravamo entro l'inconscie forze
di colei che fu prima nella nostra
solida stirpe: vive pur saremo
nell'ultima, sin ch'ella avr respiro.
Il nostro esister breve, in questa forma
ch' tua, ch' mia, che sparir, non vale
se non pel filo che ne allaccia a vite
gi conchiuse, ed a quelle che il domani
succedersi vedr, l'una dall'altra
generate. O mia sola, o tante e tante
mie creature! O discendenza, giorno
senza tramonto! Cos volge un fiume
con l'onde sue sempre le stesse, sempre
novelle, in corso ampio e perenne, al mare.

 L'ANELLO D'ACCIAIO.
18 DICEMBRE 1935. 14.
(Giornata della Fede.)
O Madre Italia, io mai t'ebbi s cara
com'oggi: mai fosti per me s ricca
di meraviglie, come oggi che porti
all'anulare un infrangibil cerchio
d'acciaio, e non hai gemme oltre quel cerchio
d'acciaio, anello di superbe nozze.
A te lo cinge il popolo, nel giorno
del vento avverso, dell'ingiusta e cruda
ma non temuta povert. Con l'oro
l'ottenne delle fedi che alle mani
delle tue donne amor commise, in pio
rito, innanzi al Signore. Le tue donne,
Italia: dalla grande Incoronata
all'Umile che d'erba s'inghirlanda;
e non una fu sorda alla campana.
Tutto, in quell'oro: purit di vita
promessa, nenie sulle cune, pianto
versato, amore amato, fiamma e brace
santa del focolare: per l'anello
d'acciaio offerto alla tua gloria, tutto.
Dall'anulare non lo toglier mai,
per quanta sia magnificenza e gioia
a te serbata nell'et venture
da' tuoi destini: ch'esso  talismano
ed arma; e non potr nemica furia
colpirti, fin che ti si chiuda al dito.
O pi tagliente della spada, o pi
divorante del fuoco, o pi sicuro
d'ogni difesa, anello di fortezza!
Avventurata fra le patrie, Italia,
tu lo tieni, tu sola; e ne risplendi,
chiara come la stella mattutina.
 DELIA.

 PREGHIERA PER L'AGONIA.
Ti supplico, Signore, per colei
che sta morendo senza ch'io le possa
essere accanto, senza ch'io la possa
aiutare a morire. Ella sofferse
senza lamento, per s lunghi giorni,
crocifissa al suo letto. Ella non ebbe
- nel dominio implacabile del male -
membro che non le spasimasse, notte
che le portasse un po' di sonno, tregua
(fosse pur breve) al suo martirio. Ed ora
ch' vicino il momento dell'estremo
distacco, ancor pi soffre. La materia
 dura a sprigionar l'anima; ed io
nulla posso per lei, fuor che pregarti,
o Padre nostro.
O Padre nostro, acqueta
il conflitto fra l'anima che anela
di liberarsi nello spazio e il vincolo
tenace delle viscere e dell'ossa
piagate e rotte dall'infermit.
Non ebbe il mondo creatura bella
che di bont pi forte, di fortezza
pi viva intorno a s calore e luce
raggiasse: Tu lo sai, Tu che sai tutto.
E ben sai che il suo male in olocausto
ella offeriva al tuo divin Figliuolo
e a Maria del Calvario, per salvezza
d'uomini in colpa, di fanciulli in pena,
di madri in pianto.
Or fa che almen la morte
abbia piet di lei: che l'agonia
sia come un sogno: ch'ella veda Te
prima d'esser con Te nel tuo splendore,
Dio d'ogni grazia.

 PREGHIERA PER LA MORTE.
Insegnamento della morte, inermi
siamo dinanzi a te. Questo era il volto
di Delia. Il bianco aperto riso, e gli occhi
d'acqua sorgiva, ed il mutar dei tratti
sotto i moti del cuore, e l'innocente
maest della fronte, e il dolce uscire
della voce dal labbro: melodia
che chi un giorno l'ud pi non la scorda.
Questo, il suo volto. Ed ora, pietra. Opaca
pietra, gelida al bacio: lontananza
di deserti, se pur la nostra bocca
lo sfiori.
Or ti chiediamo: ove and Delia,
Delia-respiro, Delia-anima, Delia
spirito ardente che alla propria fiamma
noi riscaldava? Dove aleggia il soffio
che tanta grazia alla terrena forma
dava, e s gran luce per tutti? E quella
radanza d'amor chi pi la rende
al nostro amore? - Col tuo Verbo a noi
rispondi. Dillo a noi, che Delia sparve
ma ch' vivente. Credere vogliamo
senza saper, senza vedere: credere
con gli occhi ciechi, con la fronte a terra
nella nostra miseria che l'invoca.
Vivente  Delia. Dal morir, la vera
sua durabile vita oggi comincia.

 NEVE.
Tutte le rose bianche dei giardini
di lass si disfogliano in silenzio
sul camposanto ove tranquilla dormi,
Delia.
Gelide sono, come il tuo
volto.
Candide sono, come il velo
che lo ricopre nella bara.
Lievi
sono, come il tuo nome; e toccan terra
con leggerezza d'ali, nel timore
di risvegliarti. Non avesti mai
tante rose nel tempo di tua vita,
n s candide: mai, quand'eri tanto
stanca, t'arrise s beato sonno,
Delia.

 IL MANTO BIANCO.
Vestivi sempre
di nero, o d'un color di scure mammole
fiorite all'ombra: in quel tenace lutto
velando lo splendore
d'un'anima riflessa nella vita
come la luce nell'acque correnti.
Ma in questo giorno il tuo
tumulo  bianco, immacolatamente
bianco di neve che s'indura al gelo,
e il sol ne trae barbaglio di cristalli.
T'offre la morte un manto di sovrana
tutto candido raso costellato
di gemme; e tu non puoi
ribellarti a portarlo; ma nel buio
del tuo rifugio estremo
nascondi il volto con serena e casta
umilt, mentre su un rosario intrecci
le dita in pace.

 LA VOCE.
Ancra udr
nelle notti di maggio
l'usignolo incantar giardini e selve
con la voce sospesa a un fil di luna;
e della sua dolcezza
lucida e disperata abbrividire
sentir l'ombra, ed il mio cuor nell'ombra.
Ma la tua voce
che mi giungeva qualchevolta a sera
dietro la porta d'una buia stanza
nella casa dormente in mezzo ai pini,
e penetrava in me con la segreta
musica d'un gorgheggio
d'usignolo, sorella, io non l'udr
mai pi.

 LE FARFALLE AZZURRE.
Chi sa donde venute
tante farfalle azzurre, sul finire
di quel giugno festoso, al tuo giardino?
Tutte d'un chiaro azzurro, ch'era quasi
grigio nel sole, e piccole: alanti
basso sul prato e sull'aiuole, a sciami
leggeri, in danze che parean di sogno.
Chi sa perch, quell'anno,
tante farfalle azzurro-grige,
come i tuoi occhi? E non erano i tuoi occhi,
forse, due di quell'ali,
imprigionate fra le lunghe ciglia?
E dove sono ora i tuoi occhi, dove
quelle farfalle color cielo, e l'aria
ch'io respiravo in gioia accanto a te?

 LA GRAZIA.
Il figlio amato
che ti mor ventenne (ma lontano
mai non fu dal tuo cuore) t'appariva
spesso, nel sogno, errante per giardini
meravigliosi.
Oh, quei giardini! Non ne dona il mondo
di cos belli, con s strani fiori
multisplendenti, tra infinito riso
d'alberi e d'erbe e d'acque e d'aure; ed egli
ti chiamava, felice, a quegli incanti.
Ma tu, ridesta, in te dicevi: - Come
far per meritar la sola grazia
che invoco: esser con lui?
A qual tremenda penitenza in terra
non sarei pronta? S gran bene vuole
martirio grande. -
Or che il martirio in terra
fu consumato, tuoi sono i giardini
del sogno, e t' divina guida il figlio.
Per ogni nuovo spasimar del corpo
infermo, a te fioriva
un rosaio lass, fin che di rose
si colmava il tuo cielo il giorno in cui
assunta fosti; e quelle che tu cogli
rifioriscono; e sempre
rifioriranno perch tu le colga
sempre.

 LE STELLE.
Ore notturne d'una calda estate
sulla terrazza. Noi due sole. Qualche
lume di casolare, ai campi. Frulli
improvvisi di passeri, nel folto
dei bamb: breve seghettar di grilli
tra l'erbe - e il cielo rutilante d'astri
sul nostro capo.
Vampe all'orizzonte
fumigavano su dalla citt
lontana, come da sinistri roghi.
Per meglio bere tutto il cielo, stavi
quasi supina: il teso assorto volto
era il tuo vero, ad altri ignoto, il tuo
volto di mamma senza figlio - e gli occhi
cercavano una stella fra le stelle.
C'era: grande: superba fra minori
pianeti, e anch'ella ti cercava: sempre
la stessa, sempre con lo stesso sguardo.
Sapevi di chi fosse quello sguardo.
Solo per ritrovarlo il faticoso
giorno affrontavi, con l'estenuante
sforzo d'essere viva accanto ai vivi;
ma non potevi a lungo nelle stanche
tue pupille riceverne la fiamma.
Povera donna, non potevi; e allora
ti si smarrivan gli occhi abbacinati
nel palpitare e sfolgorar degli astri
senza numero e fine - con un moto
del collo e un lieve grido, se d'un rapido
guizzo segnava il suo cammin di morte
un frammento di stella.
A bassa voce
poi mormoravi: - E se si frantumasse
anche la stella dov' lui? Che cosa
farei se non sapessi ove trovarlo
coi miei occhi, lass? -
Su quell'angoscia
di madre il ciel, che tutto ode e misura,
pendeva con gli estatici suoi mondi
taciturni - e ogni stella era uno sguardo.
 IL VELO E IL VOLTO
Ancor vivente, avevi
il pudore del tuo volto di morta;
e dal letto ove l'ossa t'eran spine
raccomandavi: - Quando
sar finita, sotto un doppio velo
nascondetemi il viso,
suor Arcangela. -
Ed ella con le mani
pietose t'obbed, dopo il trapasso:
nascosta fu la tanto amata faccia.
Ma poi che a te venimmo
e ci prostrammo, s'accost in silenzio
suor Arcangela; e il velo sollev.
Solo un istante; - ma il tuo volto, Delia,
il tuo volto che tu pi non volevi
fosse veduto, io non dir com'era.
Dentro mi sta l'immagine
miseranda e divina - e tu m'apprendi
con la sua santit quanto nel mondo
sapesti amare, e come amare, e in quale
sovrumana misura oltre la sorte,
per aver la bellezza di quel volto
dopo la morte.

 SERENIT.
S'io dovessi tornare al tuo giardino,
(non torner, non torner) vorrei
salir tra i caprifogli e le vitalbe
al chiosco che s'affaccia alla campagna:
queto rifugio ove fiorisce il glicine
coi pesanti suoi grappoli, nel maggio.
Tu venivi lass, con me, nel maggio;
e contemplavi i grandi irrigui prati
colmi di pace, mormorando: - Bella
 questa terra; e pur nati non siamo
per questa terra. - Una serenit
senza nube ridea sulla tua fronte
lunare: in te, che il male ancor distesa
non avea sulla croce, era gi pronta
l'offerta, detta la parola estrema,
chiuso il pensiero all'ultima speranza.
E t'era dolce stendere la mano
ai fiori: dolce, s; ma come a cosa
che, mentre passa,  gi passata; e il cuore,
mentre l'accoglie, gi le disse addio.

 L'ECO.
S'io dovessi tornare al tuo giardino,
(non torner, non torner) vorrei
fermarmi al punto dove un'eco, strana
e lontana, risponde a chi la chiama.
Tu invocavi, di l, quando non eri
da alcuno udita n veduta, il figlio;
ma la voce, diversa, che lo spazio
rendeva a te, non ripetea quel nome.
"Massimo" tu gridavi; ed essa, "Mamma".
Fra il silenzio dei pini e dei ginepri
abbandonati, io ben vorrei, sorella,
dire all'eco invisibile il tuo nome;
e udir nell'eco il mio, dalla tua voce
di paradiso, che ogni pena un giorno
in me placava, ed or con te s' spenta.

 CIELO DI SERA.
Quando non  pi giorno e non  ancra
notte, e soltanto qualche rada stella
sgorga, lontana e tremula, dal cielo,
chi potr dirlo, il tuo colore, o cielo?
Non azzurro; ma tutta la stanchezza
dell'azzurro che bevve dal mattino
alle fonti del sole. Non di croco
n d'amaranto; ma il riflesso estremo
di quelle luci appassionate; e dentro
vi persiste il ricordo dell'ardore
pur declinando all'avanzar dell'ombre.
Non t'oscurare, cielo del mio tempo
e dell'anima mia: tale rimani
fin che aperti su te mi sieno gli occhi.
Ma, mentre prego, va fuggendo insieme
con la parola il mio respiro; e tu
piangere sembri con quel tremolo
di rade stelle, nel presentimento
della gelida notte senza luna.

 IMPOSSIBILIT.
Un gemere di bimbo, nella notte.
Lungo, flebile, stanco. Donde venga
non so. Ma soffro: inutilmente soffro
di non sapere: di non poter nulla
per quel bimbo che piange. A che siam vivi,
se di tanto dolor che ne circonda
s lieve parte, e sol quella che gli occhi
vedon, le mani toccano, ci  dato
consolare? Lamento senza viso
che giunge a me, ferendo l'ombra: quanti
che non udi, che non udr, per tutta
la terra, ovunque sia carne che nasce,
che tribola, che muore - ovunque sia
cuore che duole, lagrima che sgorga,
uom contro uomo, sangue contro sangue.
Cos diverso, delle umane stirpi
il costume, il linguaggio; e pur lo stesso
lagno trema sul labbro a ciascun bimbo
che lo stesso travaglio offre alla vita:
l'uguale estremo rantolo s'agghiaccia
entro la gola di ciascun che spira.
Oh, per la vita e per la morte, pena
de' miei fratelli, perch mai non posso
tutta affrontarti, tutta penetrarti,
tutta lenirti? Se ad amor s vasto
l'anima  pronta, perch mai s breve
il mio passaggio in terra, e sordo il muro
che m'imprigiona?
O sconosciuto, ignaro
del dolor che mi di: questo mio male
ch' pi intenso del tuo, questo soffrire
umile e vano innanzi a te m'assolve.

 I VECCHI.
Siedono i vecchi del sobborgo in crocchio
al sole. - Il sole  traditore in marzo -
dice il pi vecchio; ma nessun gli crede:
male non fa sentirsi entro le fredde
vene calor di sole, e di vin rosso.
Sullo spiazzo che sfocia alla campagna
ieri crescea sol erba: or salgon nude
armature di case, alte e lucenti
gabbie, protese a imprigionare il cielo.
Guardan, con occhio e mente esperta, i vecchi
la novit dell'opera che sorge;
e acuto in bocca hanno il commento, e franca
la lode, fra due raschi e un po' d'affanno.
Bello veder mattoni e calce, lastre
di pietra e blocchi di cemento, pronti
dal suolo a divenire arco, muraglia,
loggia; e salire e scender di carrelli
sui bracci delle gru: mentre dal sommo
dei ponti all'imo delle fondamenta
squillan richiami, vibrano comandi,
nella varia fatica agili corpi
s'avvicendan concordi, e non v' moto
che ad altro moto non s'allacci, in ritmo
di gagliarda unit.
Bello: n forse
speran essi veder di pi nel mondo.
- Or tocca a voi, figliuoli. Il tempo nostro
pass. Buon premio  crogiolarsi al sole
guardando voi, come gi noi facemmo,
rizzar pietra su pietra. - E gran letizia
mostrando i vecchi, con le scabre, ossute
mani schiaccian tabacco nella pipa;
ma un'altra mano schiaccia ad essi il cuore,
nascosta; e lor mal grado ne distilla
la pena a cui solo rimedio  morte.
Piano, quasi temendo essere udito,
chiede pi tardi Ambrogio a Marco: - I tuoi
vent'anni, di', non li vorresti ancra
vivere? Mestar calce, portar sabbia,
e su per assi e sbarre arrampicarti
come un gatto, lass? Con quei ragazzi
tornar ragazzo? -
E Marco, grave: - S. -

 PARTIRE.
Oggi, aspro giorno, tutto lampi e ombre
nell'anima, e inquete onde nel sangue,
dal cuore al capo, dal cervello al cuore,
come presagi. Ho nelle tempie un rombo
sordo, lontano, che non cessa; e pare
d'un'elica lass, perduta accanto
alle nubi; ma  sangue:  il mio buon sangue
che vuol ch'io vada.
E dunque andr. Domani
andr. Gran tempo  gi che quest'antico
lembo di terra ove ogni zolla  nota
al ricordo, di s fa a me radice.
Altre terre, altri cieli, altri linguaggi.
Vi son, lungi di qui, giardini ed orti
in paesi di sogno, ov'io potrei
viver di sogno: spiagge che non vidi
sinora, e tutte son d'oro e d'azzurro;
e chi vi giunge scorda il proprio nome.
E rimugghiar di sconosciute folle
in citt sconosciute; e in quell'umano
flusso e riflusso, fra quei volti e quelle
anime, forse, l'anima ed il volto
per cui sola nel mondo io pi non sia.
Cos grande, la terra. Cos angusta
la vita; ed una: una soltanto, a ognuno:
e non s tosto data, ecco,  gi tolta.
Pur, dove andr, che dentro non m'affanni
dopo alcun tempo (io ben lo so) bisogno
di mutar luogo? Ove m'arrester
donde pi non mi strappi desiderio
di lontananza? - Oltre quegli orti, altri orti,
altri giardini e spiagge e monti e mari
e creature. Ma chi mai da me
potr svellere me?
Qutati, sangue
che non hai pace. Il mondo  un passo. Il cielo
che dall'alto mi guarda , ovunque, il cielo.
Solo in un volto, nel divino Volto
specchiar potr l'anima mia: sentirla
calma come una lampada che splenda
entro una cripta, a fianco dell'altare.

 DOPO.
Anima mia, soffio leggero, pallido
lume oscillante: che farai, nell'ora
che l'estrema agonia t'avr disciolta
dal corpo inerte? Esiterai, smarrita,
forse, innanzi di prendere il tuo volo:
invisibil fra i vivi, poi salente
di spazio in spazio oltre le nubi, poi
fra turbinare e inabissar di mondi
cercherai la tua via, senza trovarla.
Innumeri respiri a te d'intorno
aliteranno, d'anime gi accolte
nell'infinito; e tu da esse invano
un segno invocherai che ti riveli
- un segno, un solo! - quelle de' tuoi morti.
Non troverai l'anime de' tuoi morti,
n d'alcuno che amasti, o di cui abbia
veduto il viso; ed esse e l'altre e l'altre
tacitamente volitanti a torme
fra miriadi di stelle, non vedranno
te, non vedranno: smemorate ormai
del mondo, assolte delle tristi colpe
lontane, immerse in Dio, beate in Lui.
Ma tu, nuova al trapasso, ancor dolente
del dolore di morte, e non del tutto
purificata del ricordo umano,
errando andrai per quei deserti, in cerca
del Dio nascosto. Fino a quando? Prega,
spirito in pena: soffri! Oh, nulla forse
che un punto, il tuo soffrire; ma nel tempo
di Dio varr per secoli e millenni.
Un punto - e col perdono avrai la Luce.
Anima perdonata, in quell'eterna
Luce rinascerai nel tuo Signore:
tu sarai Lui, ed Egli sar te.

 ATTO D'AMORE.
Non seppi dirti quant'io t'amo, Dio
nel quale credo, Dio che sei la vita
vivente, e quella gi vissuta e quella
ch' da viver pi oltre: oltre i confini
dei mondi, e dove non esiste il tempo.
Non seppi; - ma a Te nulla occulto resta
di ci che tace nel profondo. Ogni atto
di vita, in me, fu amore. Ed io credetti
fosse per l'uomo, o l'opera, o la patria
terrena, o i nati dal mio saldo ceppo,
o i fior, le piante, i frutti che dal sole
hanno sostanza, nutrimento e luce;
ma fu amore di Te, che in ogni cosa
e creatura sei presente. Ed ora
che ad uno ad uno caddero al mio fianco
i compagni di strada, e pi sommesse
si fan le voci della terra, il tuo
Volto rifulge di splendor pi forte
e la tua voce  cantico di gloria.
Or - Dio che sempre amai - t'amo sapendo
d'amarti; e l'ineffabile certezza
che tutto fu giustizia, anche il dolore,
tutto fu bene, anche il mio male, tutto
per me Tu fosti e sei, mi fa tremante
d'una gioia pi grande della morte.
Resta con me, poi che la sera scende
sulla mia casa, con misericordia
d'ombre e di stelle. Ch'io ti porga, al desco
umile, il poco pane e l'acqua pura
della mia povert. Resta Tu solo
accanto a me tua serva; e, nel silenzio
degli esseri, il mio cuore oda Te solo.
...
.
...
FINE.